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Investiamo sulla scuola, sull’istruzione e sul futuro

È più facile trovare lavoro con una laurea in tasca: era facile intuirlo (anche se persiste la “vulgata” che con gli istituti tecnici si perda meno tempo), lo conferma in modo inequivocabile il report dell’Istat su livelli di istruzione e ritorni occupazionali, su dati del 2022.


In Italia, più di 4 laureati su 5 trovano lavoro, con una percentuale di occupati dell’83,4% che è molto più alta del 72,3% dei diplomati e del 53,3% di chi ha solo un titolo secondario inferiore. All’interno di questo macro-dato – ovvero l’evidente “premio” occupazionale dell’istruzione, in termini di aumento della probabilità di essere occupati al crescere del titolo di studio conseguito – permangono profonde disparità, tipiche della nostra Nazione, come quella geografica tra nord e sud, sia a livello di istruzione, sia occupazionale. Non stupisce, purtroppo, che le donne sono più istruite (il 35,5% di donne 25-34enni è laureata, contro il 23,1% degli uomini) ma meno occupate degli uomini, e preoccupa ancora di più che i differenziali occupazionali di genere siano in peggioramento. Anche qui, comunque, è fondamentale la laurea: le giovani donne laureate hanno un tasso di occupazione di 23,5 punti più alto rispetto alle diplomate.⁠


Il capitolo giovani, per me che sono padre e, come politico, mi sforzo di guardare sempre al domani, è il più doloroso del report. Tra i nostri 30-34enni – età che in realtà non dovrebbe essere classificata fra i giovani, ma tant’è… d’altronde, ahinoi, ci si laurea tardi – il tasso di occupazione dei laureati è pari all’83,3% contro un valore medio dell’89,3% nell’Unione Europea. Una differenza di sei punti che scende a quattro punti nella popolazione “meno giovane”. L’aumento del gap con l’Europa al diminuire dell’età testimonia la difficoltà con cui il mercato del lavoro italiano riesce ad assorbire il giovane capitale umano.
Non solo, in Italia ancora oggi tanti ragazzi abbandonano gli studi. I tuoi genitori hanno la licenza media? Il 24,1% dei ragazzi tra 18 e 24 anni non arriva al diploma. I tuoi genitori sono laureati? Non si diploma il 2,5%. Pazzesco, nel 2023. Anche perché il mercato del lavoro cambia, a partire dalle fabbriche: il tasso di occupazione dei 18-24enni che abbandonano precocemente gli studi è del 39%, ben 13 punti inferiore rispetto al 2007.


Ho scritto tanto, mi limito a una sola considerazione, perché i numeri parlano chiaro e non mentono: investiamo sulla scuola, sulla formazione, sul futuro.

Sulla formazione universitaria, per quanto detto fin qui. Ma anche nella formazione professionale, perché è quella che, di fatto, riguarda le fasce più deboli della popolazione. In questo senso mi sembra molto interessante “la legge regionale sull’orientamento, la formazione professionale e il lavoro” approvato martedì scorso dal Consiglio regionale del Piemonte, su proposta dell’assessore Elena Chiorino, che fa entrare anche i privati in questa partita. Chi, meglio di chi poi utilizzerà la forza-lavoro, può sapere di che figure professionali c’è più bisogno? L’obiettivo delle risorse pubbliche investite nella formazione non è il numero di diplomi distribuiti. È il numero di quei diplomati che trovano lavoro entro un breve lasso di tempo. Intanto, allego un articolo del Corriere Torino che ne parla, ci sarà tempo e modo di approfondire l’argomento.