Molto più di una doggy bag

Vale milioni di euro – una decina secondo le stime più prudenti – il cibo sprecato nel nostro Paese. Stando ai dati forniti dal Corriere della Sera sul 2023, “ogni anno in Italia vengono sprecati 8,65 milioni di tonnellate di cibo. A livello pro capite, ogni italiano ne butta 146 chili, 15 in più rispetto alla media europea, con il 73% dello spreco che si verifica in casa”.

Sono in discussione in parlamento due proposte di legge (una promossa dal mio ex capogruppo in Parlamento, Paolo Barelli, insieme a Giandiego Gatta) mirate a promuovere l’uso della doggy bag, ossia la pratica di portare a casa il cibo non consumato al ristorante, che mi trovano sostanzialmente d’accordo. La logica è che il ristoratore prenda l’iniziativa di proporre la doggy bag al cliente che avanza del cibo, come già da tempo succede negli Stati Uniti, in Francia (dal 2016) e Spagna (dal 2022). Oggi, naturalmente, il cliente ha il diritto di chiederla, ma da noi non è un’abitudine consolidata, forse per vergogna, chissà. Anche a me capita, piuttosto che portare a casa gli avanzi, di finire il piatto mangiando più di quello che vorrei, perché della mia formazione fa parte il concetto che il cibo non si spreca, questo sì, come per molti della mia generazione.


La diffusione delle doggy bag non basterà a risolvere il problema dello spreco alimentare, uno degli obiettivi fissati nell’Agenda Onu 2030: su questo siamo tutti d’accordo. Ma può avere un importante effetto educativo, anche nei confronti delle giovani generazioni, che la necessità di cibo non l’hanno mai vissuta (per fortuna) o non gli è mai stata raccontata dai genitori e dai nonni. Lo spreco alimentare ha conseguenze economiche ed ecologiche, vedi la produzione ormai incontrollabile di rifiuti, ma è assolutamente inaccettabile, prima di tutto, su piano etico. Bisogna promuovere la cultura del consumo responsabile, al ristorante come a casa. Lo dico senza giri di parole: ordinare 10 piatti per voi avanzarli, o comprare chili di alimenti è poi buttarli, non è segno di benessere. È semplicemente stupido.


Aggiungo una postilla sui ristoratori, perplessi per l’aumento dei costi e dell’impegno, visto che le associazioni di categoria sono sulla difensiva. Non potrebbero essere i Comuni – propongo io – a comprare e distribuire le doggy bag, in modo da garantire anche l’utilizzo di materiale compostabile, come la “polpa di cartone” con cui si impacchettano le uova, o completamente riciclabile, come l’alluminio? In questo modo si scatenerebbe anche un po’ di virtuosa competizione!