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Oftalmico di Torino, fermiamo lo spezzatino e torniamo all’integrità dei suoi servizi d’eccellenza

“La sanità privata non è Belzebù”, ha affermato l’Assessore regionale Icardi ieri a margine del dibattito sul tema in Consiglio regionale. Condivido totalmente e ritengo che la sua recente apertura ad un maggiore coinvolgimento del mondo privato nell’erogazione dei servizi sanitari alla cittadinanza sia da sostenere. Ciò, non per sostituire il servizio pubblico o per fare un favore a chicchessia. Ma per migliorare la sanità piemontese, già eccellente dal punto di vista delle prestazioni e del personale medico, introducendo finalmente elementi di efficacia e di efficienza organizzativi, che possono affermarsi solo attraverso una sana competizione.

Proprio quell’efficacia e quell’efficienza organizzativa che, ad esempio, è stata azzerata con la scellerata decisione della precedente Giunta regionale di centrosinistra di smembrare una struttura – guarda un po’! – pubblica, come l’Ospedale Oftalmico di Torino, uno dei più importanti centri per la terapia medica e chirurgica della retina, per i trapianti di cornea, per lo studio del glaucoma, per l’ortottica, per l’oncologia oculare e per le maculopatie rare oftalmologiche; ma soprattutto un’eccellenza italiana, riconosciuta anche a livello mondiale dalla World Association of Eye Hospitals (WAEH), al pari di altri famosi ospedali oculistici monospecialistici come il National Eye Centre di Singapore, l’ospedale Oftalmico di Rotterdam, il St. Eriks Eye Hospital di Stoccolma e il Moorfields Eye Hospital di Londra.

Quella fu una decisione assurda, soprattutto in presenza di una (allora) recente e completa ristrutturazione della struttura di via Juvarra, all’avanguardia sia per l’organizzazione degli spazi, sia per la sicurezza. Ristrutturazione che ha gravato per alcuni milioni di euro sul bilancio regionale e che, oggi, rischia di rappresentare uno spreco di risorse dei contribuenti.

All’integrità dell’Oftalmico, la sinistra ha invece opposto lo spezzatino delle attività, prima svolte in una sola sede, indirizzandole anche al San Giovanni Bosco e alla Città della Salute, e determinando così ulteriori costi per i lavori di adeguamento dei nuovi locali e per le nuove attrezzature.

A ciò, come era facilmente prevedibile, si è aggiunto il disagio arrecato ai cittadini, costretti a richiedere servizi e competenze in più presidi molto distanti tra loro. E, ultimo ma non meno importante, la “fuga” dei migliori primari nell’organico dell’Oftalmico verso le strutture private operanti in Città. Sono, infatti, numerosi i dirigenti medici di primo livello che, proprio negli ultimi tempi, hanno fatto domanda per trasferirsi altrove, come pure è emerso dal dibattito consiliare.

Se (anche) ciò avvenisse, sarebbe l’ennesimo depauperamento della sanità pubblica. Tuttavia, questo epilogo si può scongiurare evitando di lasciare l’Oftalmico in mezzo al guado: occorre intervenire subito per ripristinare l’integrità e l’unicità del presidio, tenendo fede alle promesse fatte in campagna elettorale.

Sono certo che il centrodestra che governa la Regione Piemonte e che si appresta a competere per la guida della Città di Torino saprà farsi carico di valorizzare una delle punte più avanzate della nostra sanità, mettendo fine a questa insostenibile situazione.

Un nostro emendamento al “Milleproroghe” per tutelare gli “esodati della flat tax”

Poichè il Governo giallo-rosso-fucsia con la Legge di bilancio 2020 è riuscito a creare altri 300.000 esodati, che potremmo definire gli “esodati della flat tax”, Forza Italia presenterà un emendamento pro-contribuenti al decreto Milleproroghe in discussione alla Camera, finalizzato a prorogare la possibilità per queste partite IVA individuali di avvalersi del regime forfetario al 15%, previsto nel 2019, anche nell’anno in corso.

In attesa che la questione possa essere risolta dall’Agenzia delle Entrate, magari con un’interpretazione di buon senso, in linea con quanto stabilito dallo Statuto dei diritti del contribuente abbiamo ritenuto importante intervenire in maniera tempestiva già nella legge di conversione del decreto: ciò con l’obiettivo di tutelare migliaia di lavoratori autonomi che vedrebbero lesi i loro diritti, a causa di una norma relativa al loro regime fiscale che è stata votata solo a fine dicembre dell’anno scorso e che, peraltro, sarà applicata anche al 2019, dunque con un effetto retroattivo inaccettabile.

 

Password di Stato? Il Ministro Pisano si occupi piuttosto di valorizzare le banche dati, mettendole al servizio di cittadini e imprese

Mi permetto di suggerire al Ministro Pisano di evitare di tornare sull’argomento dell’identità digitale e sulla cosiddetta “password di Stato” per accedervi, visto il dietrofront cui è stata costretta quando ne parlò qualche settimana fa e visto il legame del suo partito di appartenenza con la “Casaleggio Associati”.

Condivido, infatti, che l’innovazione debba essere “al centro del dibattito politico”, come lei stessa ha affermato intervenendo nella giornata di ieri all’evento “Intesa Sanpaolo, motore per lo sviluppo sostenibile e inclusivo”.

Tuttavia, ritengo che le priorità per il nostro Paese siano da ricercare nel sanare quelle inefficienze delle strutture pubbliche che, secondo Confindustria Digitale, costano circa 30 miliardi all’anno, cioè quasi due punti di PIL: penso al completamento dell’anagrafe nazionale della popolazione residente, che dovrebbe concludersi quest’anno ma che, ad oggi, coinvolge circa due terzi dei Comuni italiani; penso all’istituzione di un casellario delle prestazioni sociali che i vari enti pubblici erogano e che, in assenza di una piattaforma unica, rischiano di beneficiare i “furbetti” rispetto a chi ne ha davvero bisogno: stiamo parlando di una spesa che in Italia supera i 100 miliardi annui, e che è in continua crescita a causa dell’introduzione di ulteriori e costose misure assistenziali come il cosiddetto reddito di cittadinanza; penso all’incompletezza dei dati del casellario dei lavoratori attivi istituito nel 2005 presso l’INPS, che consentirebbe ad esempio ai cittadini di conoscere in tempo reale la propria posizione contributiva; penso, infine, ai software per la lettura del fascicolo sanitario elettronico, peraltro introdotto finora da sole 12 Regioni, che spesso non possono essere utilizzati dalle aziende ospedaliere per l’assenza di applicativi idonei, con l’ovvia conseguenza di moltiplicare esami e spesa sanitaria.

Insomma, servono interventi e investimenti per per offrire servizi innovativi ai cittadini e alle imprese, portando finalmente a termine i dossier aperti e lavorando sulla condivisione e sull’integrazione delle molteplici banche dati in possesso dei vari enti pubblici.

Intervento in Aula su Legge di Bilancio 2020

Di seguito, l’intervento fatto alla Camera in data 22 dicembre, in merito alla Legge di Bilancio 2020 presentata dal Governo al Parlamento. Trovate sia il testo integrale del discorso che il video.

 

Testo discorso

Grazie Presidente,

Onorevoli colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo,

la discussione odierna sulla Legge più importante per lo Stato, la Legge di bilancio, in questo caso per il triennio 2020-2022, rappresenterebbe certamente un momento cruciale per il nostro Paese, perché in questa sede, e prima ancora nelle Commissioni di merito, tutti i gruppi parlamentari – quantomeno le opposizioni – avrebbero potuto esprimere le proprie posizioni e proporre le proprie ricette di politica economica.

Peccato, però, che nel cosiddetto “anno bellissimo”, quello cioè che sta volgendo al termine, la discussione in questo ramo del Parlamento sia stata totalmente negata, costringendoci ad annullare il nostro ruolo di rappresentanti dei cittadini e degradando la nostra funzione di legislatori a quella del “passacarte”.

Certo, dal mese di ottobre in avanti abbiamo però potuto osservare un balletto di dichiarazioni, di provvedimenti ipotizzati, altri spuntati all’ultimo, retromarce a seguito di legittime reazioni, specie del mondo produttivo, un balletto – dicevo – che si è svolto quasi esclusivamente sui mezzi di informazione, poi per pochi giorni al Senato e infine per nulla qui, nelle sedi opportune della Camera dei Deputati.

Un iter inaccettabile, mai visto prima se non in rarissime eccezioni, che ha costretto i gruppi di opposizione – che, lo ricordo a me stesso, rappresentano la maggioranza degli Italiani, come tutte le elezioni dal marzo 2018 ad oggi hanno certificato – a ricorrere alla Corte Costituzionale.

Oltre a questo aspetto, mi interessa però sottolineare come in questa Legge di bilancio manchino del tutto interventi di natura strategica, che cerchino in qualche modo di affrontare i problemi “di sistema” del nostro Paese: penso all’inadeguatezza ormai conclamata, anche tragicamente, delle nostre infrastrutture materiali e immateriali; ad un sistema fiscale oppressivo sia dal punto di vista degli adempimenti, sia soprattutto in termini di entità del livello di tassazione a carico di cittadini e imprese; ad un mercato del lavoro che non consente una rapida formazione e ricollocazione di chi perde il proprio posto, anche a seguito della fin qui fallimentare attività dei navigator; ad una stratificazione burocratica che continua a generare costi insostenibili, sia finanziari e sia in termini di tempo sottratto al lavoro; ad una politica industriale totalmente assente e incapace di far fronte alle tante, troppe crisi aziendali che caratterizzano tante aree dell’Italia (e penso alla provincia da cui provengo, Torino, che negli ultimi anni ha visto la chiusura di numerosi stabilimenti industriali, il ricorso sempre maggiore alla cassa integrazione, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di crollo dei consumi e, quindi, di decrescita economica che, ve lo garantisco, è stata – ed è! – decisamente infelice!!!).

Al contrario, si tratta di una Legge di bilancio con un orizzonte quotidiano (avrei voluto dire tattico, ma mi pare troppo), con provvedimenti spot che trovano, peraltro, copertura economica da un lato con entrate straordinarie – quindi, per natura non ricorrenti – come quelle previste dal cosiddetto collegato fiscale, e con il disinnesco delle “clausole di salvaguardia” sull’IVA in misura preponderante attraverso la tecnica del ricorso al maggior deficit per il primo anno (2020) e con la scelta, sempre di moda anche con chi doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, di rinviare il problema agli anni successivi.

E anche quelle misure, residuali in termini di risorse disponibili sul complesso della manovra, come il taglio del cuneo fiscale, oltre a veder la luce a metà 2020, promettono di essere poco incisive sia per chi vedrà aumentare la propria retribuzione, sia più in generale per la crescita dei consumi interni, quindi della produzione nazionale e, in definitiva, degli indicatori economici dell’Italia nel contesto europeo e mondiale. Continuiamo, infatti, ad essere ultimi o penultimi nella classifica del PIL dei Paesi dell’UE, con tassi di crescita vicini allo zero.

Più tasse, più burocrazia, più assistenzialismo, più spesa corrente da un lato; meno investimenti, meno libertà, meno crescita economica, meno efficienza della pubblica amministrazione dall’altro: questa, in un tweet, è la sintesi della Legge di bilancio del Conte-bis.

E se anche andassimo a riesumare l’accordo di Governo del settembre scorso, potremmo certificare come, salvo la neutralizzazione dell’aumento dell’IVA – ottenuta, come dicevo poc’anzi, per 2/3 con il ricordo alla “flessibilità” concessa dall’Unione Europea, alias maggior deficit per il 2020 e maggior debito per le generazioni future – scopriremmo che di tutte le altre misure, definite “prioritarie”, di quell’accordo non vi è traccia, se non con risorse modeste: e parlo delle “misure  di  sostegno alle famiglie e ai  disabili, del perseguimento di politiche per l’emergenza abitativa, di misure di  deburocratizzazione e di semplificazione amministrativa, del rafforzamento  degli  incentivi per gli investimenti privati, dell’incremento della dotazione delle risorse per la scuola, per l’Università, per la ricerca e per il welfare”. A proposito, che fine ha fatto la minaccia di dimissioni del Ministro Fioramonti a seguito del mancato ottenimento di risorse per il suo Ministero in questa Legge di bilancio?

Su questi punti, che pure avevate indicato come qualificanti della legge di bilancio 2020, non possiamo esprimere giudizi proprio per la loro assenza, o per una presenza – se va bene – marginale, dal provvedimento in esame. Mentre risulta del tutto assente la “politica economica espansiva”, che nelle vostre intenzioni avrebbe dovuto “indirizzare il Paese verso una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile”.

Gli stessi interventi per quello che viene definito “Green New Deal”, e cioè politiche orientate alla sostenibilità ambientale, sono in realtà misure finalizzate a trovare coperture finanziarie certe, qui e ora. Peccato, però, che si tratti di una previsione destinata a rimanere sulla carta, perché queste vere e proprie tasse sui consumi determineranno a consuntivo una contrazione degli investimenti, dei posti di lavoro, dei consumi stessi e, in definitiva, del gettito fiscale. Sarete costretti ad inventarvi altre tasse, aggravando ulteriormente la pressione fiscale complessiva!

Noi, al contrario, avremmo utilizzato tutta la flessibilità concessa (solo per il 2020, più di 16 MLD) e le risorse che avete confermato per il reddito di cittadinanza (7,1 MLD per il solo anno 2020, circa 25 miliardi nel triennio) per alcuni interventi in grado di stimolare la crescita del PIL del nostro Paese, attraverso:

  • un taglio consistente del cuneo fiscale per aumentare di 1000 euro all’anno gli stipendi dei lavoratori;
  • uno shock fiscale, con l’introduzione di una vera flat tax per tutti (al contrario, con questa legge si interviene penalizzando le partite IVA che ne avevano beneficiato a seguito della legge di bilancio 2019-2021), con la prospettiva di un inserimento in Costituzione di un tetto alla pressione fiscale, che nelle nostre intenzioni non deve superare un terzo del PIL e del reddito personale;
  • il pagamento debiti della PA nei confronti delle imprese che da troppo tempo aspettano di veder riconosciuto il loro diritto ad essere remunerati per il lavoro e i servizi offerti;
  • il sostegno concreto alle politiche per la famiglia, con l’obiettivo di invertire radicalmente il trend negativo della natalità, attraverso il riconoscimento di un assegno mensile di 150 euro fino al compimento del ventunesimo anno di età: per combattere la crisi delle nascite che – a causa dell’invecchiamento della popolazione – ci consegneranno fra 20 anni un crollo del 15% del PIL, servono interventi di natura strategica come quello che avevamo ipotizzato.

Questi, in estrema sintesi, sono gli assi portanti su cui avremmo concentrato il nostro lavoro parlamentare qualora ci fosse stato concesso e che abbiamo trasformato in emendamenti, tutti respinti senza discussione. Ma la precarietà della vostra maggioranza vi ha obbligati ad annullare ogni tipo di rischio in quest’Aula, e quindi siamo qui, oggi, a discutere in merito alla Legge più importante in attesa che, fra qualche ora, il Governo chieda l’ennesimo voto di fiducia, andando a puntellarne il record. E poco importa se lo stesso Presidente della Camera, colui cioè che nel discorso d’insediamento alla Terza carica dello Stato aveva, giustamente, sottolineato “la centralità del Parlamento” nella rappresentazione degli interessi dei cittadini e nella formazione delle leggi, oggi rinnovi il suo “appello al Governo affinché questa situazione non si ripeta più”.

E sempre in tema di citazioni più o meno lungimiranti, mi avvio alla conclusione ricordando le parole dell’attuale Presidente del Consiglio, il quale in occasione della sua prima legge di bilancio aveva affermato: “Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire. L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. C’è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e c’è tanta determinazione da parte del governo”. Testuali parole, che poi lui stesso aveva dovuto retrocedere al rango di “battuta”, arrendendosi all’evidenza dei dati. I numeri, come si sa, sono freddi!

Per quest’anno ci siamo risparmiati sia le dichiarazioni roboanti, sia le battute.

Purtroppo per gli Italiani, però, se l’anno che sta per finire è stato tutt’altro che “bellissimo” (anzi!), il 2020 rischia di essere ancora peggio, con una legge di bilancio come quella che state per votare esclusivamente orientata al tassa (sempre di più) e spendi (sempre peggio). Una legge di bilancio che sarà ancora ostaggio delle clausole IVA e dell’assistenzialismo per i prossimi anni, e che aumenterà il grado di preoccupazione degli Italiani per la crisi economica (già stabilmente al primo posto, secondo il 56% in un recente sondaggio).

L’auspicio è che questa spirale negativa termini al più presto, e l’Italia abbia finalmente un Governo forte del consenso popolare, coeso nei valori e negli obiettivi e capace di lavorare ad una prospettiva di ripresa economica duratura, senza interventi spot ma con una programmazione di medio-lungo periodo.

Insomma, un Governo di centrodestra.

 

Video

Livanova, la prima buona notizia è il ritiro dei licenziamenti. Ora si sostenga il distretto biomediacale del nostro territorio

La notizia di ieri relativa al ritiro degli 83 licenziamenti previsti a Saluggia da parte della LivaNova è senza dubbio una novità importante per il nostro territorio. Che merita di essere sottolineata, anche perché è giunta dopo una mobilitazione che ha coinvolto le Istituzioni a tutti i livelli, a seguito della quale avevo presentato un’interrogazione urgente al Ministro per lo Sviluppo Economico.

Regione, Provincia di Vercelli, Comuni, Prefettura, Sindacati, tutti i soggetti coinvolti hanno lavorato in sinergia, ottenendo un primo importante risultato, evitando la perdita del lavoro per tante persone: ora si tratta in primo luogo di vigilare affinché l’attuale produzione rimanga nel sito saluggese e, in secondo luogo, di porre le condizioni affinché questa area del nostro Piemonte, un vero e proprio distretto biomedicale che si trova cavallo tra il chivassese e il vercellese, possa continuare ad offrire lavoro e opportunità, diventando sempre più attrattivo per le aziende del comparto.

A tal proposito, l’idea dei sindaci del territorio di creare un centro di ricerca in partnership con il Politecnico di Torino è certamente da perseguire. In più, credo sia necessario mettere in agenda un incontro con la proprietà e il management delle aziende che si trovano nell’area ex Sorin, per individuare gli interventi di natura pubblica che i diversi soggetti istituzionali potrebbero mettere in campo per sostenere e valorizzare la filiera produttiva: in accordo con gli amministratori locali, mi farò carico di questa richiesta.

Welfare, vigilare affinché “INPS per tutti” coinvolga anche i Comuni più piccoli

L’estensione ai più di 8000 Comuni italiani di “INPS per tutti” è certamente una buona notizia, perché consentirà una maggiore capillarità nel mettere i cittadini italiani a conoscenza delle prestazioni socio-assistenziali a cui hanno diritto.

Infatti, dopo la sperimentazione già attiva nelle maggiori Città, fra cui Torino, oggi l’INPS, l’Associazione nazionale dei Comuni d’Italia e la Caritas hanno siglato un accordo per estendere il servizio a tutte le comunità locali della nostra Penisola, andando quindi a sanare un’oggettiva iniquità di trattamento per chi vive in quelle più piccole e più geograficamente marginali. Realtà che, ad esempio, caratterizzano la mia regione, il Piemonte, dove più dell’80 per cento dei Comuni conta meno di tremila abitanti.

Ora si tratta di vigilare sui tempi di attuazione di tale accordo, con l’auspicio che siano rispettati e che anche il più piccolo dei Comuni italiani sia nelle condizioni di mettere a disposizione dei propri concittadini il servizio INPS.

Al Presidente Tridico auguro, infine, che “INPS per tutti” abbia miglior fortuna rispetto al progetto della cosiddetta “busta arancione” del suo predecessore: oggi, infatti, dopo più di tre anni dalla sua istituzione, il servizio è disponibile per solo un milione di dipendenti del comparto privato, rispetto ai sette milioni originariamente previsti, con una percentuale di copertura pari al 14% di quel campione, che già rappresentava una parte minoritaria rispetto al totale degli iscritti alla gestione previdenziale pubblica. Un servizio che, peraltro, grazie alla legge di conversione del decreto sul reddito di cittadinanza potrebbe aver chiuso definitivamente i battenti.

Qualche riflessione sulle cosiddette “sardine”

Ieri sera è andata in scena la versione torinese delle cosiddette “sardine”.

In piazza Castello, infatti, ha avuto luogo la manifestazione convocata via web, per la quale si è registrata una partecipazione importante e, a mio avviso, da non sottovalutare. E certamente da non liquidare in due parole, pensando così di esorcizzarne la portata. Provo a spiegare il perché di questa mia convinzione.

Ritengo, innanzitutto, che la partecipazione alla politica, intesa come attenzione alla comunità in cui viviamo, sia sempre una buona notizia. Al di là dei posizionamenti partitici e delle diverse sensibilità – che giustamente ci devono essere! – se le persone, specie giovani, dimostrano di voler intervenire in prima persona nel dibattito pubblico sono da apprezzare e, perché no, da stimolare. E la piazza è certamente un momento fondamentale di questo processo di partecipazione.

Se poi, come affermano gli organizzatori, l’obiettivo di questo movimento pseudo-spontaneistico fosse quello di diffondere messaggi positivi, schierandosi “per” e non “contro”, allora avremmo la seconda buona notizia.

Peccato, però, che già questa secondo aspetto rischia di non essere verificabile, visto che appare chiaro a tutti come la spinta, quantomeno iniziale, alla mobilitazione di piazza abbia avuto un’origine – e una finalità – di natura elettorale, in particolare per tentare di fermare la vittoria del centrodestra unito alle imminenti elezioni regionali dell’Emilia Romagna, in programma il prossimo 26 gennaio. Quindi, una vera e propria azione “contro”.

Ma se anche prendessimo per buona la finalità, diciamo così, positiva, potremmo comunque affermare, senza tema di smentite, che le buone notizie, ahinoi, finirebbero comunque qui.

Intanto, perché si tratta chiaramente di un modo per mascherare la debolezza dei partiti di centro sinistra e del fu partito antisistema guidato da Di Maio, oggi alleati al Governo del Paese e alfieri di un programma improntato all’oppressione fiscale, giudiziaria e burocratica, tipico di una concezione “sinistra” della complessità italiana, cercando di imporre al dibattito pubblico temi diversi rispetto a quelli nefasti della prossima Legge di bilancio.

Poi, perché non si capisce bene quale sia il modello proposto, né quali siano le idee-forza, né le priorità della propria agenda politica, né se costoro intendano o meno esporsi al giudizio dei cittadini, tramite regolare partecipazione ai vari turni elettorali. Insomma, un ulteriore elemento di confusione.

Infine, perché l’esposizione mediatica, nonché il forte supporto da parte di tv e carta stampata mainstream, in un periodo, come si diceva all’inizio, pre-elettorale desta ben più di un sospetto e dice molto in fatto di onestà intellettuale e di presunta spontaneità di chi convoca la piazza tramite le piattaforme informatiche (e come non pensare ad una riedizione, riveduta e politicamente corretta, del V-Day di qualche anno fa).

Insomma, nutrire il dibattito pubblico di idee, dare una risposta strutturata alla voglia di partecipazione, coinvolgere il più possibile i giovani nella ricerca delle soluzioni per il futuro della nostra Patria sono obiettivi che tutti noi, nel nostro impegno politico quotidiano, dovremmo favorire e sostenere.

Non come sardine, però. Ma attraverso partiti che tornino a svolgere quel ruolo di elaborazione politica e di mediazione di interessi, che è connaturata alla definizione dell’articolo 49 della Costituzione.

Quindi, resettiamo pure questo periodo in cui il confronto politico è basato in via esclusiva sui facili slogan, sull’attacco agli avversari visti come veri e propri nemici, sull’insulto, sul rinvio come unica modalità per affrontare i problemi, e torniamo ai valori delle borghesia operosa e di buon senso che ha fatto grande l’Italia del dopoguerra.

Noi di Forza Italia, su questi principi condivisi e con queste regole d’ingaggio, saremo sempre in campo per difendere gli interessi di tutti gli italiani.

Sull’autonomia delle Città metropolitane è doveroso coinvolgere (anche) Torino

Nei giorni scorsi abbiamo preso atto che il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, esponente di spicco del Partito Democratico, dopo più di cinque anni dall’entrata in vigore della Legge Delrio si è reso finalmente conto del fallimento di quella riforma, proposta e attuata dal suo stesso partito. Ha, dunque, ipotizzato di lavorare in asse con Roma e con Napoli, con l’obiettivo di individuare proposte concrete per migliorare il tema della gestione delle Città metropolitane, introdotte e individuate proprio dalla Legge 56/2014. E allora mi sono chiesto: perché escludere Torino? In Italia le Città metropolitane sono attualmente 14, quindi ritengo che sia il caso di coinvolgere in questo ragionamento almeno i capoluogo di Regione.

La provincia di Torino, che è caratterizzata da un territorio tanto esteso quanto eterogeneo, con più di 300 Comuni di cui circa 200 con meno di tremila abitanti, patisce infatti forse più di ogni altra Città metropolitana la mancanza di autonomia e di una governance in grado di organizzare al meglio i servizi di area vasta, con il Sindaco di Torino direttamente interessato dai problemi montani di Comuni come Sestriere, da quelli infrastrutturali di Comuni come Brozolo e da quelli delle grandi Città della prima cintura.

Noi che “viviamo” il nostro territorio possiamo dire molto su cosa non ha funzionato in questi cinque anni: auspico, pertanto, che il Sindaco Appendino si faccia sentire con i suoi omologhi di Milano, Roma e Napoli, per rappresentare la necessità di maggiore autonomia di un territorio che conta più di due milioni di abitanti.

Alta velocità a Torino, alle parole seguano i fatti

Quanto emerso questa mattina nel corso dell’audizione di Trenitalia in Commissione Trasporti alla Camera è certamente un primo elemento positivo in merito al mantenimento di un servizio ferroviario ad alta velocità adeguato al nostro capoluogo regionale. Si tratta, pertanto, di vigilare affinché RFI e Trenitalia garantiscano con l’orario invernale i collegamenti da e per Torino, sia con Roma, sia con Milano, sia con le altre grandi città del nord, in modo che le parole espresse in un ambito istituzionale si traducano immediatamente in fatti.

Resta, tuttavia, il tema più generale delle maggiori città piemontesi che, a differenza di quanto avviene in altre regioni, non hanno un accesso diretto alla linea ad alta velocità, pur essendone attraversate: si pensi al nodo di Chivasso o a quello di Novara. Trenitalia, nei suoi comunicati, sottolinea giustamente come il servizio AV in Italia preveda sempre “più treni in più stazioni”. Tutto vero, tranne che per il Piemonte, che su questo aspetto paga i cinque anni di inerzia della Giunta regionale precedente. E’ il momento di occuparsene.

Dichiarazione di voto – Decreto Fiscale

A nome del gruppo di Forza Italia, ho spiegato le ragioni del nostro convinto no al Decreto Fiscale 124/2019. 

Di seguito, il testo integrale del mio intervento

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Grazie Presidente,

Rappresentante del Governo, Onorevoli colleghe e Onorevoli colleghi,

nell’affrontare la discussione generale della legge di conversione del DL 124/2019 vorrei soffermarmi in via prioritaria sul suo titolo, che recita: “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili”. Tale definizione contiene due aggettivi che meritano una riflessione preliminare, perché l’intenzione dell’attuale Governo giallo-rosso è quella di prevedere disposizioni, cosiddette, “urgenti”, a fronte di esigenze, cosiddette, “indifferibili”.

E allora mi sono chiesto – dopo il ciclo di audizioni e dopo la maratona notturna sugli emendamenti che avevano suscitato le maggiori perplessità, non solo da parte del nostro gruppo e degli altri gruppi del centrodestra, ma anche da parte di numerose Istituzioni intervenute in commissione – davvero queste disposizioni sono così “urgenti” e rispondono a esigenze, appunto, “indifferibili”?

La risposta è no. Senza alcun dubbio, dal nostro punto di vista.

Ci troviamo ancora, infatti, in una congiuntura economica che continua a registrare livelli di crescita del Prodotto interno lordo del nostro Paese prossimi allo zero, fanalino di coda in tutta Europa.

Gli stessi provvedimenti che erano stati posti in essere con la legge di bilancio del precedente Governo hanno dimostrato, nei loro indicatori più importanti, un impatto pressoché nullo sulla crescita economica del sistema-Italia, sia dal punto di vista dei consumi interni, sia dal punto di vista dei livelli di occupazione.

Cito, fra tutti, il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che nelle intenzioni di chi l’ha proposto – vorrei dire, imposto – avrebbe dovuto raggiungere un duplice obiettivo: “abolire la povertà” (sic) e favorire l’incontro fra offerta e domanda di lavoro.

In realtà, come tutti i dati confermano, quel nuovo istituto di welfare non solo non ha ridotto in maniera significativa le aree di disagio presenti ormai in molte aree e situazioni periferiche del nostro Paese; non solo non ha aumentato l’occupazione, se non sostanzialmente per i soli “navigator”, per coloro cioè che avrebbero dovuto facilitare quell’incontro, ma che in realtà hanno dovuto affrontare – loro stessi!!! – un percorso formativo finalizzato all’entrata in ruolo all’interno del sistema dei Centri/Servizi per l’Impiego su tutto il territorio nazionale.

Quel provvedimento, invece, ha destinato e impiegato ingenti risorse pubbliche (circa 24 miliardi stanziati nel triennio 2019/2021) – risorse che, come è noto, sono dei contribuenti – per finanziare una spesa corrente di natura assistenziale che va in contrasto con quanto serva a dare fiato alla nostra economia, ovvero un corretto impiego verso spese di investimento, che nella nostra filosofia sono rappresentate da una drastica diminuzione del carico fiscale e da una precisa scelta orientata alle infrastrutture strategiche, materiali e immateriali.

Ecco perché, secondo noi, un decreto in materia fiscale basato su approccio punitivo nei confronti di chi fa impresa in Italia, che non apre mercati, che aggiunge adempimenti e passaggi burocratici, che è in linea con la malsana idea che l’evasione fiscale si combatta con l’inasprimento delle pene e non, come dappertutto nel mondo, con una grande operazione di semplificazione e di riduzione del carico fiscale per imprese e cittadini, ecco secondo noi un decreto del genere non può definirsi né “urgente”, né “indifferibile”!

Proprio in questi giorni, infatti, è stato pubblicato dalla Banca Mondiale il rapporto Paying Taxes 2020. In quel documento, si registra la retrocessione dell’Italia al 128mo posto nella classifica generale dei livelli di tassazione; e l’aumento del carico fiscale complessivo delle imprese, che raggiunge il 59,1% dei profitti commerciali. Inoltre, il rapporto certifica come siano 238 le ore dedicate dalle imprese italiane agli adempimenti fiscali. Tutti questi dati sono superiori alla media europea e confermano come il sistema Italia sia ostile agli investitori, che non individuano fattori di attrazione.

Al contrario, l’Italia continua a perdere appeal a causa dell’eccesso di burocrazia, della giustizia lumaca e delle fiscalità rapace. Il Governo Conte bis sta esasperando i fattori che penalizzano la nostra competitività con l’aumento della tassazione complessiva, con l’ossessione sanzionatoria e con la mancanza di iniziative finalizzate alla semplificazione burocratica.

Il decreto fiscale all’esame dell’Aula non interviene su questi aspetti, anzi rischia di aggravarli, facendoci scivolare ancora più giù nella classifica mondiale dei Paesi in cui valga la pena investire!

E dire che in Italia esiste una precisa norma di legge, la n. 212 del 27 luglio 2000, comunemente conosciuta come “Statuto dei Contribuenti”, che dovrebbe andare nella direzione opposta, ovvero quella della chiarezza delle disposizioni tributarie, della semplificazione, delle garanzie del contribuente.

Si pensi all’articolo 6, recante: “Conoscenza degli atti e semplificazione”, quando al comma 3 si stabilisce come “il contribuente possa adempiere le obbligazioni tributarie con il minor numero di adempimenti e nelle forme meno costose e più agevoli”, oppure, al comma 4, quando si prevede che – e cito testualmente l’intero comma – “al contribuente non possono, in ogni caso, essere richiesti documenti ed informazioni già in possesso dell’amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche indicate dal contribuente”.

A tal proposito, in linea con i principi dello Statuto del Contribuente avevamo ad esempio previsto, con un nostro emendamento all’articolo 16, l’abolizione della comunicazione dei dati delle liquidazioni IVA a carico delle imprese, in considerazione del fatto che con l’avvio dell’obbligo di fatturazione elettronica è già possibile un controllo puntuale e capillare, da parte dell’Amministrazione finanziaria, dei versamenti IVA dovuti dai soggetti passivi. Emendamento che, purtroppo per i contribuenti italiani, non è stato accolto e che li costringerà a duplicare gli adempimenti.

E proprio in tema di appesantimento degli adempimenti burocratici a carico delle imprese, l’articolo 4 del decreto Legge 124 introduce un complesso meccanismo di controllo incrociato tra committenti e appaltatori, costringendo i primi a svolgere il ruolo di controllori e a doversi far carico di procedure complesse che, a conti fatti, riusciranno più a complicare la normale operatività delle imprese oneste che non a contrastare le pratiche scorrette di quelle disoneste.

La misura prevede, infatti, che nei casi in cui un committente affidi ad un’impresa l’esecuzione di un’opera, il versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori impiegati in quell’appalto sia effettuato direttamente dal committente stesso, a cui l’appaltatore deve anticipare le somme. In tal modo si chiede alle imprese di sottrarre liquidità propria, senza peraltro poter utilizzare le compensazioni con i rispettivi crediti fiscali.

Certo, qualche correttivo in sede di commissione è stato introdotto.

Ma solo perché il Governo e la sua litigiosa maggioranza hanno approvato o fatto propri alcuni emendamenti migliorativi del testo presentati dal gruppo di Forza Italia.

Abbiamo, per esempio, ottenuto con l’emendamento a prima firma Cattaneo di ridurre la periodicità del termine di trasmissione dei dati delle operazioni con soggetti non residenti in Italia, il cosiddetto Esterometro, prima mensile e, dopo il nostro intervento, con scadenza trimestrale.

Con l’emendamento del Presidente Gelmini abbiamo, poi, fatto sì che il versamento delle imposte di bollo sulle fatture elettroniche, nel caso in cui gli importi non superino la soglia minima annua di 1000 euro, possa essere effettuato in due tranche con cadenza semestrale (16 giugno e 16 dicembre di ciascun anno), al fine di semplificare e ridurre gli adempimenti dei contribuenti.

In merito alla lotteria degli scontrini, pur segnalando come si configuri come un timidissimo primo esperimento di provvedimento orientato al “contrasto di interessi fiscali”, abbiamo da un lato ottenuto un differimento di sei mesi, al 1° luglio 2020, della sua data di avvio.

Dall’altro lato, facendo recepire l’emendamento Baratto sulla riduzione della sanzione applicabile nei casi in cui l’esercente si rifiuti di acquisire o non trasmetta il codice fiscale del cliente, impedendogli così di poter partecipare alla lotteria, abbiamo concorso all’eliminazione della sanzione, sostituita con la possibilità di una segnalazione da parte del consumatore nella sezione dedicata del Portale Lotteria.

Infine, è stata modificata la modalità di identificazione del cliente, con l’introduzione di un apposito codice lotteria in luogo del codice fiscale.

In tema di trasparenza dei costi relativi alle commissioni bancarie per i pagamenti effettuati con carte di credito o di debito, l’approvazione dell’emendamento Gelmini all’articolo 22 ha previsto l’obbligo per gli operatori finanziari di trasmettere mensilmente per via telematica agli esercenti l’elenco e le informazioni relative alle transazioni effettuate con il POS o con altre piattaforme di pagamento in un determinato periodo, attraverso una modalità definita dalla banca d’Italia entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione.

In merito, poi, alla sanzioni per la mancata accettazione di pagamenti effettuati con carte di credito e di debito, abbiamo condiviso – ottenendo la soppressione dell’articolo 23 – le preoccupazioni del Consiglio nazionale dei Commercialisti ed esperti contabili, nonché di Confartigianato: grazie a Forza Italia, con gli emendamenti Porchietto e Baratto è stata abrogata la norma che prevede l’obbligo, da parte di commercianti e professionisti, di accettare pagamenti con carte di credito o di debito, con la conseguente eliminazione delle sanzioni precedentemente previste (ovvero 30 euro, più il 4% del totale della transazione).

L’esecutivo voleva, ancora una volta, punire in modo incomprensibile chi ogni giorno alza la saracinesca del proprio negozio e chi, con spirito di impresa, prova a costruirsi un futuro lavorativo autonomo: Forza Italia, con una seria e scrupolosa azione parlamentare, ha sventato questo ennesimo attacco al ceto medio.

E’ doveroso, ancora, sottolineare l’emendamento Barelli finalizzato ad escludere con certezza dall’applicazione dell’IVA al 22% le scuole di formazione e di avviamento alla pratica sportiva, lasciandole nel campo dell’esenzione in quanto prestazioni didattiche; e il contributo importante dell’emendamento Prestigiacomo per la formulazione definitiva della norma di riduzione al 5% dell’IVA per alcuni prodotti di protezione dell’igiene intima femminile, nonché il rinvio delle sanzioni previste per il mancato utilizzo del “seggiolino anti abbandono” (con gli emendamenti Bergamini).

Infine, l’introduzione – con l’emendamento Pella – del “bonus TARI” a favore delle delle famiglie che versino in condizioni economico-sociali disagiate, conformemente con quanto già avviene con il bonus sociale per l’energia elettrica, per il gas e per il servizio idrico. Tale disposizione, che andrà ad esentare progressivamente dal pagamento della tariffa rifiuti circa 2 milioni di nuclei famigliari (dati IFEL), è stata concordata con l’ANCI e verrà regolamentata, nella sua applicazione, dall’ARERA.

In tema, invece, di apertura di nuovi mercati e di politiche per favorire gli investimenti, specie delle piccole e medie imprese che più di tutte hanno subito le conseguenze della lunga crisi economica iniziata nel 2008, la battaglia di Forza Italia, grazie al lavoro competente e determinato del vicepresidente della Commissione Finanze on. Sestino Giacomoni, ha portato all’approvazione degli emendamenti sui Piani Individuali di Risparmio (PIR).

Con essi, dal 1° gennaio prossimo potranno ripartire questi strumenti finanziari, indirizzati allo sviluppo ed al finanziamento delle piccole e medie imprese italiane, con la rimozione dei vincoli che li avevano bloccati lo scorso anno.

Dal 2020 le casse di previdenza e i fondi pensione potranno superare l’unicità prevista per le persone fisiche, potendo sottoscrivere più di un PIR, realizzando così quella diversificazione indispensabile per la sicurezza e la buona riuscita di qualunque investimento.

In tal modo, si prevede che nei prossimi 10 anni potranno essere raccolti e indirizzati all’economia reale, in particolare delle PMI italiane, oltre 150 miliardi di euro di risparmio privato: una leva fiscale che metterà in sinergia quelli che restano i due punti di forza della nostra economia, e cioè il risparmio delle famiglie e dei lavoratori con la creatività delle nostre piccole e medie imprese.

Al contrario, invece, il nostro emendamento volto a includere anche le società per azioni quotate nel novero degli investitori istituzionali avrebbe consentito di ampliare il numero dei potenziali investitori nei Fondi di Investimento Alternativi (FIA) Immobiliari, aprendo un mercato per la ristrutturazione immobiliare di ampie aree urbane dismesse, spesso di proprietà pubblica, che senza l’apporto di capitale privato non potranno beneficiare di progetti di riqualificazione e di rigenerazione. Purtroppo tale innovazione non ha trovato l’accoglimento da parte del Governo e della maggioranza, facendoci perdere l’ennesima occasione per favorire e attrarre investimenti nelle nostre città.

Come è stata un’occasione persa non essere intervenuti per sanare una volta per tutte la ferita dei ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione. Il nostro emendamento, del Presidente Gelmini, era infatti volto a consentire la compensazione dei crediti delle imprese nei confronti della PA con i debiti relativi a contributi e imposte, compresa l’IVA, immettendo così liquidità nel sistema economico-produttivo del nostro Paese. Bocciato, perché la copertura di 500 milioni annui era stata individuata nel fondo per il reddito di cittadinanza.

Quanto alla lotteria degli scontrini, come si diceva all’inizio, si tratta solo un timido accenno a politiche di contrasto di interessi fiscali. Si dovrebbe, invece, fare molto di più in quella direzione, perché l’emersione dell’evasione si ottiene consentendo – come avviene ad esempio negli Stati Uniti – la detrazione totale dal reddito di tutte le spese connesse alla casa, per la salute, per l’istruzione, per le imposte o le assicurazioni previdenziali, addirittura per le donazioni.

Con questo decreto, al contrario, il Governo prevede un tetto più basso all’utilizzo del contante, pensando che ciò possa costituire un argine all’evasione, quando invece appare chiaro che, in realtà, determinerà una contrazione dei consumi interni. In altre parole, il tetto al contante sempre più basso non frenerà l’evasione nei casi in cui comunque non si sarebbe fatturato, mentre è probabile che frenerà i consumi nei casi in cui comunque si sarebbe fatturato.

Infine, ecco l’ossessione sanzionatoria, che si sostanzia nella scelta di legiferare per decreto sulla materia penale – cosa già censurabile di per sé – attraverso l’introduzione di un inasprimento delle pene per contrastare l’evasione fiscale. Come da più parti è emerso, tuttavia, le manette sono una risposta demagogica che rischia, quantomeno, di generare soluzioni inutili, se non dannose.

Sull’Articolo 39, le ragioni di merito della nostra ferma contrarietà saranno certamente illustrate molto meglio rispetto al sottoscritto dalla collega Bartolozzi.

Per quanto mi riguarda, mi limito a sottolineare come chi quotidianamente e con fatica svolge (ancora) attività di impresa in Italia non debba essere costretto a districarsi tra vincoli e procedure bizantine pensate per imprese che operano sul filo della criminalità e che sono, di fatto, marginali rispetto al tessuto produttivo italiano.

Concludo, Presidente. Anche queste ultime ore ci hanno confermato come l’attuale maggioranza sia profondamente divisa, tanto che anche su questo provvedimento abbiamo registrato voti contrari da parte di alcuni gruppi, e tensioni varie, tali da far prevedere l’ennesimo voto di fiducia – il quinto? – in soli tre mesi di vita del Governo.

Probabilmente, senza la questione di fiducia, questo provvedimento “urgente” e “indifferibile” non vedrebbe la luce, soprattutto per quanto riguarda le norme che rispondono alla vocazione giustizialista di una parte dell’attuale maggioranza. Vocazione giustizialista che nelle loro intenzioni dovrebbe arrestare il crollo conclamato di consensi del partito di Di Maio, ma che in realtà non fa che spingere verso il basso il livello di gradimento dell’intero Governo, coinvolgendo tutti quelli che lo stanno sostenendo.

Il problema è che ci andranno di mezzo le imprese e le famiglie italiane, sempre più gravate da un sistema tributario oppressivo e vessatorio, che con provvedimenti legislativi della natura di quello in discussione oggi non potrà che peggiorare.

Noi, anche in questo caso, ci opponiamo!